Violenza visibile e invisibile sulle donne

Traduzione da Kurdistan24, Visible and invisible violence against women di Ava Homa, a cura di Beatrice Serra.

Dal 25 novembre al 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, si tengono le 16 giornate di attivismo contro la violenza di genere, promosse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Al momento, le discussioni tendono a girare intorno al rapimento delle studentesse per mano di Boko Haram, o al trattamento dell’IS nei confronti delle donne yazide, “bottino” di una guerra in cui erano state ridotte a schiave del sesso – non più umane.

Pensando a casi meno estremi ma comunque rilevanti, si stanno organizzando diverse proteste contro i delitti “d’onore” nelle maggiori città del mondo. Sebbene sia difficile da immaginare, secondo l’ONU si verificano in media 5.000 delitti d’onore all’anno a livello globale.

Ma dove prendono l’avvio casi così estremi ai danni delle donne? Possono essere prevenuti in una fase precedente?

La violenza sulle donne può assumere forme molto più sottili dell’uccisione o del rapimento. Inizia con un’idea, con il pensiero che le donne siano inferiori agli uomini, che siano meno che umane, che non esistano come individui indipendenti ma che siano “create” principalmente per soddisfare gli uomini. Nella cultura curda, e in molte altre, si parla comunemente delle donne o ci si riferisce loro attraverso i ruoli che svolgono in relazione a un uomo: madre, figlia o moglie di qualcuno.

Molto prima di togliere fisicamente la vita a un essere umano, abbiamo iniziato ad uccidere nelle nostre menti. Lo “sguardo maschilista” e la concezione che rimuove il volto umano da una donna e la denigra a un mero oggetto di desiderio possono essere il seme per una futura violenza fisica. In molte culture, inclusa quella curda, raramente gli uomini sono ritenuti responsabili dei loro sguardi, mentre le donne sono spesso costrette a vestirsi in modo castigato. Si incolpano le donne e agli uomini non viene insegnato a cambiare il modo di vedere.

Un’altra comune ed ingiusta concezione riguardo le donne nella società curda è quella secondo cui i compiti principali di una donna siano stare al servizio dell’uomo, cucinare, pulire e crescere i figli. In una società del genere, la partecipazione attiva delle donne a molti ruoli è scoraggiata – eccetto, ovviamente, quella alla resistenza armata e alla promozione di visioni nazionalistiche. Dirigere un’impresa, praticare sport, o esprimere individualità in qualsiasi forma significa quindi intrinsecamente invadere il territorio degli uomini.

Il modo in cui le donne sono viste, letteralmente e metaforicamente, si riflette anche nel linguaggio. Il linguaggio quotidiano assegna alla donna una posizione inferiore. In curdo, ad esempio, una donna non sceglie uno sposo, piuttosto è “ba sho adre” – è la figlia di qualcuno che viene assegnata a un uomo. Di conseguenza, è suo padre a decidere, il soggetto sottinteso nell’espressione, colui che consegna la figlia a un altro uomo.

I concetti stessi di “gheirat, sharaf, o namoos”, tradotti approssimativamente in inglese come “onore”, obbligano gli uomini ad esercitare il controllo totale sul corpo di una donna che sia ad essi correlata: la propria moglie, le sorelle, la madre, le cugine e a volte anche le donne del vicinato.

Queste concezioni sono armi a doppio taglio che non solo soggiogano le donne ma mettono anche notevolmente sotto pressione gli uomini affinché dimostrino il loro potere. Un uomo che non riesce a salvaguardare la “castità” (altro termine problematico) di un membro femminile della sua famiglia riterrà minacciata la sua identità maschile.

La violenza verbale è incentivata anche dalle battute sessiste che presentano la donna come una stupida incapace di pensare. Queste battute producono e riproducono immagini degradanti delle donne, e uno scherzo apparentemente innocuo può penetrare nel conscio e nell’inconscio di una società e incrementare le visioni ingiuste sulle donne.

Pertanto, una grande quantità di violenza invisibile verso le donne viene reiterata quotidianamente nel modo in cui le donne sono viste e nella maniera in cui ci si riferisce loro nel linguaggio comune.

Ma una società in cui sottili abusi emotivi e verbali passano inosservati è una società insana che darà vita ad una nuova generazione insana, creando un circolo vizioso. I bambini che sono testimoni di violenza domestica sono anch’essi vittime di violenza.

Secondo le stime dell’UNICEF, 375 milioni di bambini nel mondo sono esposti a violenza domestica. Nei soli Stati Uniti, il 95% dei casi di violenza domestica riguarda vittime femminili di partner maschili. Gli psicologi ritengono che i bambini che sono costretti ad essere testimoni dei modi violenti di trattarsi dei propri genitori hanno l’80% in più di probabilità di diventare vittime di violenza o di trasformarsi in carnefici nel futuro.

Non sorprende che il Global Gender Gap Report del World Economic Forum del 2015 mostri che i paesi del Medio Oriente sono alcuni dei peggiori in cui una donna possa vivere. La Siria, l’Iran, lo Yemen, il Pakistan, il Libano e l’Arabia Saudita hanno alcuni degli indici più bassi dei 145 paesi.

L’ONU riporta che globalmente “la quantità sconcertante di una donna su tre ha subito violenze fisiche o sessuali nel corso della propria vita – una pandemia di portata globale. A differenza di una malattia, però, i colpevoli e addirittura intere società decidono di commettere violenza – e possono scegliere di smettere. La violenza non è inevitabile. Può essere prevenuta. ”

Quindi, per prevenire la violenza fisica, la società curda ha bisogno di una maggiore sensibilizzazione in merito agli abusi verbali e psicologici, che tendono ad essere meno visibili delle ossa rotte o degli occhi contusi. Una società in cui prendersi gioco dell’apparenza di una donna è una pratica comune è una società che apre la strada ad un’infelice violenza fisica.

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