Tutti gli articoli di Valentina Gasperini

Non sarò più complice

Sara scrive al blog “Al di là del buco” per raccontare i sessismi e le microviolenze quotidiane della sua ultima relazione amorosa. Da leggere con attenzione per accorgersi che le pratiche di subordinazione e soggettivazione dell’uno all’altro si realizzano in maniere fluide, che attraversano trasversalmente e furtivamente la comunicazione tra partner e il mutuo riconoscersi in ruoli.

Al di là del Buco

Lei scrive:

Cara Eretica,
ti scrivo per condividere questa mia esperienza di violenza psicologica in una relazione, troncata prima che gli effetti fossero devastanti.

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Giochi per l’infanzia: sessisti e genderizzati.

Accedo al meraviglioso mondo dell’Internet e mi capita di leggere un brevissimo articolo di un magazine spagnolo, ElDiario. Questo riporta la testimonianza di due genitori rimasti basiti dalla differenziazione, del tutto culturale e per questo arbitraria, dei giochi per l’infanzia: ci sono quelli “per bambini” e quelli “per bambine”. Queste le due testimonianze, tradotte:

L’altro giorno ho comprato una bicicletta per mio figlio da Alcampo (catena di supermercati, ndt). Il piccolo può andare veloce come Saetta McQueen, ma se fosse stata una bambina non avrebbe avuto la possibilità di pedalare rapida come Sally, il personaggio femminile del cartone animato “Cars”. No, a lei sarebbe toccato ricevere una bicicletta rosa “da principessa”. Con incluso un seggiolino posteriore per trasportare un figlio, non succeda che si dimentichi il suo ruolo di futura mamma.

Carlos

Queste invece le parole di Vìctor, indignato che il mercato proponga in maniera sessista delle batterie – sì, delle batterie! – per maschi e per femmine.

Sono andato a comprare un regalo per una nipote appena nata e ho optato per una lampada che proietta le stelle colorate sul soffitto, per quando va a dormire. Andando a pagare, la dipendente mi ha offerto le batterie per il dispositivo poiché non erano incluse. Ho detto di sì e lei mi chiesto se erano per un bambino o una bambina. Sono rimasto senza parole. Batterie per bambino o per bambina? In effetti, quelle per le bimbe erano rosa con immagini di principesse, quelle per i bimbi erano azzure e con cavalieri e cose del genere. Non ho frenato il mio stupore e ne ho informato l’impiegata, che si è sentita in imbarazzo rendendosi conto grazie al mio commento che era qualcosa di veramente machista.

Vìctor

La genderizzazione dei giocattoli e dei materiali formativi per l’infanzia è un problema sociale da risolvere, sintomo di una cultura sessista. Produttori, editori e negozi dovrebbero superare la stantìa retorica dei giochi “per maschi e femmine”, e produrre materiale neutro per l’educazione, l’apprendimento e il gioco.
Altre categorizzazioni sarebbero molto più utili: per tematiche, ad esempio, o per funzioni.
Quanto sarebbe bello, per un genitore o un educatore, poter orientare il comportamento d’acquisto rivolto ad un/a bambino/a in base alle esigenze “formative” della piccola creatura!

E mi domando: dando un orientamento di genere così precoce ai piccoli non si rischia di influenzare lo sviluppo delle loro abilità e delle loro preferenze, arrivando quindi a condizionare il loro modo di essere, un giorno, adulti?

La risposta è sì, e molti dati interessanti sono stati aggregati dagli attivisti della campagna di sensibilizzazione inglese Let toys be toys.

Girls-attitudes-Dec13
L’87% delle ragazze pensa che le donne siano giudicate più per il loro aspetto che per le loro abilità.

Let toys be toys spiega perché è importante che i giochi siano semplicemente giochi, puntando a sovvertire le logiche sessiste retrostanti la loro produzione. Riporto, traducendo, quanto scritto sul loro sito:

Il gioco è fondamentale nello stabilire come i bambini si sviluppano e conoscono il mondo. Nel campo dell’educazione è riconosciuto che i bambini hanno bisogno di giocare esperienze diverse e di accedere a una gamma di giocattoli. I giocattoli focalizzati sull’azione, la costruzione e la tecnologia affinano le capacità spaziali, favoriscono la capacità di problem-solving e incoraggiano i bambini ad essere attivi. I giocattoli incentrati sull’interpretazione di ruoli e su piccole forme di teatro, permettono esercitare le abilità sociali. Infine, le arti e i piccoli mestieri servono per affinare le capacità motorie e la perseveranza.

Ragazzi e ragazze hanno bisogno di avere la possibilità di svilupparsi in tutti questi settori, ma molti negozi dividono i giocattoli in sezioni “per maschi” e “per femmine”. Le costruzioni e i giochi tecnologici sono prevalentemente commercializzati per ragazzi, mentre i gioco di ruolo, le arti e i piccoli mestieri sono prevalentemente commercializzati per le ragazze. In questo modo a perderci sono entrambi.

E ancora:

Come i giocattoli sono etichettati e visualizzati colpisce le abitudini di acquisto dei consumatori. Molte persone si sentono a disagio nell’acquistare un giocattolo rosa per un bambino o a comprare per una bambina un giocattolo etichettato come ‘per ragazzi’.

Altri consumatori possono semplicemente non essere consapevoli che le possibilità di scelta date dall’offerta siano ristrette. Potrebbero non notare che i kit di scienza e i giochi di costruzione mancano negli scaffali “per ragazze”, o che l’arte e i piccoli mestieri così come i giochi a tema cucina manchino dalle aree “per ragazzi”.

Se non ne viene mai offerta la possibilità, un/a bambino/a potrebbe non scoprire mai se si diverte con un certo giocattolo o stile di gioco. E loro prendono da questi messaggi le informazioni su ciò che “dovrebbe piacere” alle ragazze e ai ragazzi.

Loro sono alla ricerca di modelli e regole sociali: capiscono la regola di genere “Questo è per i ragazzi e questo è per le ragazze”, proprio come allo stesso modo  imparano altre regole sociali, comenon picchiare“.
Questi confini rigidi allontanano i bambini dalle loro vere preferenze, e forniscono un terreno fertile per il bullismo.

Segnalo infine questo articolo scientifico: Negative stereotypes about boys hinder their academic achievement, Society for Research in Child Development, 2013.

Femminicidio: un concetto sessista?

Mi è capitato di leggere – e poi rileggere e rileggere ancora – l’articolo di Sara De Carli 58 femminicidi da inizio anno: come educare i figli maschi? pubblicato su Vita.it.
L’articolo si apre così:

«Normalmente si pensa che il tema della violenza sia connesso a quello dell’uomo macho. È vero l’opposto: gli uomini violenti hanno un deficit di virilità e di riferimento paterno», spiega il pedagogista Daniele Novara. «La violenza contro le donne non ha matrici passionali o amorose: è brutalità allo stato puro, incapacità totale di gestire le proprie reazioni emotive. Agli uomini violenti, da bambini, nessuno ha insegnato a litigare»

Il pezzo è in realtà un’intervista al pedagogista Daniele Novara, fondatore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti, che risponde a domande quali “Tante volte in questi giorni abbiamo parlato della necessità di educare diversamente i figli maschi. Da dove partire?“, “Quali sono oggi i problemi che vede nell’educazione dei figli maschi?” e “I figli maschi troppo puniti possono diventare uomini violenti?”.

Ho condiviso l’articolo sul mio profilo personale di Facebook, e ne è scaturita una bella discussione aperta, dove voci critiche hanno espresso civilmente e con ampie argomentazioni i loro punti di vista. Due i temi sui quali c’è stato più confronto: il femminicidio (Dal pdv linguistico che cosa comporta? Ha senso che sia stato istituito il reato di femminicidio?) e il sessismo, supposto essere intrinseco all’articolo.

Femminicidio

Queste le impressioni che ho raccolto, e che pubblico per dare voce a quella pluralità di opinioni che i mass media tendono ad appiattire.

il problema col “femminicidio” non è tanto, dal mio punto di vista la vittimizzazione delle donne, quanto il fatto che l’enfasi è punitiva, coercitiva di reazione violenta; la reazione è affermare la malvagità del maschio, la reazione è coprire di merda metà della popolazione umana, un comportamento non dissimile da quello del maschilista che vuole la donna sottomessa in cucina; la legge sul femminicidio è il delitto d’onore dei nostri tempi, è una legge discriminatoria, sessista, la negazione di quello a cui le “femministe” di quando la parola un minimo di senso poteva averlo hanno dedicato la vita e i pensieri.

Personalmente, credo che ci siano ancora pessimi esseri umani – alcuni si fanno chiamare femministe, altri non si fanno chiamare sessisti ma lo sono – che concepiscono la lotta alle discriminazioni come un sovvertimento dei rapporti di forza tra subordinato e subordinante, tra schiavo e padrone. Non è così che la vedo io. L’eguaglianza, che non è l’uguaglianza!, è lo status al quale ambire, senza creare nuove classi di prevaricatori e sottomessi.
Per questo sogno una società antisessista, e non femminista (concedetemi la provocazione).

Femminicidio dice perchè una donna è stata uccisa? interessante, allora adesso dobbiamo inventare nuovi nomi per i reati in funzione del movente? Fammi capire; una rapina per comprare droga o una per comprare cibo, non è sempre una rapina?
Il delitto d’onore che ho gia citato, come il più lampante controesempio, era esattamente la stessa cosa, un reato con integrato un movente; in quel caso non come aggravante ma come attenuante; curioso che quello che un tempo si chiamava delitto d’onore oggi si chiami femminicidio; pare che i deficienti e repressi continuino a legiferare sempre sulla stessa cosa.

Una lingua è un’entità viva che prende le sue forme, anche, dal contesto sociale che la accoglie. Se il movente viene considerato importante dall’arena sociale non vedo perché prenderlo in considerazione giuridicamente dovrebbe essere un problema. Sarebbe interessante un confronto con un giurista.
Delitto d’onore, femminicidio ed educazione…penso questo: il cambiamento sociale (nei rapporti uomo/donna, etero/omo, inter-religiosi, ecc) si concretizza quando la società realizza degli obiettivi a medio termine, mentre si orienta verso un obiettivo “macro” comune. Cosa voglio dire? Che l’eguaglianza tra generi, così come qualsiasi forma di giustizia sociale, la si realizza solo operando su più fronti, ed essendo consapevoli che ogni strumento è solo un medium tra tanti verso la concretizzazione di un’opera di cambiamento sociale più grande. Gli strumenti sono tanti, e gli attori sociali che li attuano sono diversi: si va dall’educazione antisessista nelle scuole, alle iniziative di sensibilizzazione di origine popolare agli strumenti propri del dirittto. Così io vedo l’istituzione del reato di femminicidio come uno strumento imperfetto, parziale e anche sottilmente discriminatorio. Allo stesso tempo, lo vedo come un segnale utile a mettere sotto il naso di tutti le questioni del possesso e della subordinazione forzata (da cui nasce la violenza). Si potrebbe obiettare, a ragione, che non è la legge a doversi far carico di educare e sensibilizzare il popolo. Senza un giurista, il mio ragionamento si ferma qui….presentatemene uno!

Infine, sono dell’idea che non esista un’emergenza femminicidio, perché i comportamenti sessisti che portano all’uccisione delle donne esistono da sempre e in un numero che è difficile da monitorare per mancanza di raccolta dati. Per dirla con le parole di Anna Pramstrahler, della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna:

Il femminicidio non va letto come un’emergenza nel nostro paese, come spesso viene definito, ma è un fenomeno sociale strutturale, radicato da millenni nella società e nella cultura patriarcale di tutto il mondo, anche se solo ora emerge da un silenzio secolare.

Sessismo

Sempre in riferimento all’articolo di cui sopra, alcuni vi hanno riconosciuto un intrinseco sessismo. In questo caso, le obiezioni non mi fanno vacillare: non vi vedo alcun sessismo. Questa la mia opinione di partenza, espressa attraverso le parole di un’altra persona che ha commentato il mio post su Facebook.

Bisogna educare i maschi? Certo, ma bisogna educare anche le femmine, e non poco, bisogna educare TUTTI meglio.

Non sono d’accordo con quanto segue:

Io trovo questo articolo abbastanza delirante. Non tanto per i concetti esposti, ma proprio perché prende una serie di considerazioni tutto sommato valide e se ne serve per andare a parare proprio nel delirio femminista, quella fiorente landa immaginaria dove dire “avvocato” di una donna avvocato è discriminatorio, bisogna dire “avvocatessa”, mentre il titolo “Come educare i figli MASCHI” è una forma di distinzione ragionevole, perché di certo le figlie femmine non hanno bisogno di educazione al conflitto, né di sviluppare autonomia o responsabilità, non si capisce se perché, in quanto femmine, sono dotate alla nascita di queste capacità (e ho conosciuto femministe che sostenevano qualcosa di simile, quindi lo dico neanche tanto per assurdo), o perché (sempre in quanto femmine?) non ne avranno mai bisogno nella vita.

Mi trovo a pensarla diversamente perché:

  • l’articolo non dice che le femmine non vadano educate al rispetto, dice che i maschi vanno educati in una certa maniera. È una questione di logica in senso stretto.
    Perché discute solo di educazione maschile? Per sessismo? Io non credo. Semplicemente, perché si sta parlando di violenza sulle donne da parte di uomini, dunque per risolvere il fenomeno occorre educare gli aggressori, che in questo caso sono maschi. Se fosse stato trattato il tema del mobbing sul luogo di lavoro, i consigli sarebbero stati indirizzati alle categorie dei “colleghi” e dei “capi”. Se l’articolo fosse stato sulle forme di sessismo che le donne attuano verso gli uomini, si sarebbero date indicazioni e suggerimenti alle donne, per modificare i loro atteggiamenti.
    Allo stesso tempo, trovo che l’articolo non sia sessista ma che non sia nemmeno totalmente antisessista. Impostando l’intervista diversamente si sarebbe potuto utilizzare il tema della violenza sulle donne come punto di partenza per discutere in maniera ampia di educazione al rispetto e alla gestione del conflitto: il risultato sarebbe stato antisessista. Quindi sì, la visione espressa è parziale perché si occupa solo di un tipo di violenza ma non credo sia né intenzionalmente né ambiguamente sessista. Solo, parziale.
  • per quanto concerne la declinazione al femminile delle parole, credo che sia assolutamente necessario imparare a dire “avvocata” e “sindaca” tanto quanto ci siamo abituati a usare “dottoressa” e “maestra”. È un modo per contrastare il linguaggio sessista.

#ManiInTasca: progetto fotografico made in Rieti.

#ManiInTasca è una campagna di sensibilizzazione nonché un progetto fotografico che ha coinvolto la NPC Rieti, la squadra di basket della città. La campagna è stata ideata da Silvia Iyosayi Santilli e Federica Troiani del servizio civile per conto dell’Associazione Musikologiamo e dalla fotografa Francesca Maria Tiberti. L’iniziativa è stata patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Rieti e da “Il Nido di Ana”, lo sportello cittadino contro la violenza sulle donne. Continua a leggere #ManiInTasca: progetto fotografico made in Rieti.