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Non sarò più complice

Sara scrive al blog “Al di là del buco” per raccontare i sessismi e le microviolenze quotidiane della sua ultima relazione amorosa. Da leggere con attenzione per accorgersi che le pratiche di subordinazione e soggettivazione dell’uno all’altro si realizzano in maniere fluide, che attraversano trasversalmente e furtivamente la comunicazione tra partner e il mutuo riconoscersi in ruoli.

Al di là del Buco

Lei scrive:

Cara Eretica,
ti scrivo per condividere questa mia esperienza di violenza psicologica in una relazione, troncata prima che gli effetti fossero devastanti.

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La mia ex è una stalker e nessuno mi crede

Al di là del Buco

Ho spostato i mobili mille volte prima di trovare un ordine preciso. Ho cambiato casa, le mie finestre stanno sempre più o meno chiuse, sono discret@, volo basso, latito rispetto a qualunque invito arrivi dal mondo esterno. Concretamente, diciamolo, ho paura. Da quando ho chiesto la separazione e ho provato a ricominciare le mie giornate sono state molto complicate. Ogni mattina mi sono sforzato di respirare e trovare un punto di equilibrio, poi c’era il lavoro, qualche amic@, se non riuscivo a stare sol@ la sera invitavo una persona con cui andare a letto. A volte solo per dormire abbracciati, per scacciare la paura, la vergogna, a volte il senso di colpa.

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Violenza invisibile: gli effetti del linguaggio sessista.

Traduzione da ShoutOut!JMU, Invisible Violence: The Effects of Sexist Language, di BeeFreeAndDrinkTea, a cura di Beatrice Serra.


Quante volte avete sentito qualcuno dire, “è solo una parola, non importa.”?
Di solito, si dice a seguito di qualcosa che potrebbe essere considerato offensivo. Per molte persone, l’idea che certe parole siano triviali o insignificanti ha perfettamente senso. In ogni caso, il fatto che troviamo difficile cambiare il nostro modo di parlare può essere in effetti il più grande indicatore di quanto siano significative le parole che usiamo e come possano dare forma al nostro mondo.

Come spiegato dalla sociologa Sherryl Kleinman nel suo articolo “Perché il linguaggio sessista importa”, viviamo in una società che normalizza e tollera il linguaggio sessista a un grado tale che diventa totalmente invisibile per noi. La parola “uomo” è usata per riferirsi a tutta l’umanità, ad una dottoressa ci si riferirà sempre con il titolo di medico, e i gruppi di donne ti rispondono anche quando ti rivolgi loro con un “Hey ragazzi!”. Tutto questo si riduce al maschile generico che è diventato la base della nostra lingua, e alle donne che sono lentamente rimosse dai nostri discorsi quotidiani.

Quando “l’uomo” diventa l’ancora a cui fissare il nostro linguaggio, si ribadisce con forza il messaggio che c’è un genere di livello superiore, di cui si suppone sempre l’esistenza nel nostro discorso. Le donne sono quindi rese invisibili, perché semplicemente non esistono più nel linguaggio. Ciò costituisce allora una minaccia, perché rendere un gruppo invisibile fa sì che sia più facile da opprimere. È sessista ed è necessario che finisca. Ma cosa succede quando il linguaggio sessista diventa linguaggio violento?

Quando descriviamo le donne, le parole che usiamo sono spesso inconsapevolmente violente e aggressive. Parole come “bomba”, “schianto”, e “mozzafiato” sono tutti termini usati per riferirsi alle donne, in particolare al loro corpo. Anche se dovrebbero essere modi adulatori di descrivere qualcuno, sono intrinsecamente termini violenti. Costruiscono la sessualità della donna come se fosse un’arma o un attacco contro qualcuno. Questo è solo un esempio di un’invisibile forma di violenza interna alla nostra lingua, di cui non ci rendiamo conto a causa del grado di normalità che è riuscita ad acquisire.

Non è una coincidenza che il linguaggio violento venga usato per riferirsi alla sessualità della donna. L’autrice femminista Timothy Beneke si è chiesta, “Avete mai notato come le parole che usiamo per descrivere la bellezza femminile — bomba, schianto, mozzafiato, femme fatale — connotino violenza e danno agli uomini?”. Quando parliamo e descriviamo le donne e il loro corpo in termini così violenti, diventa più facile giustificare la violenza su di loro. La molestia diventa una reazione, al posto dell’omicido, e la violenza degli uomini sulle donne viene considerata una risposta naturale, perché “ha cominciato lei”.

La verità è che le parole importano. Hanno un peso. Sono gli strumenti che usiamo per dare forma al mondo che ci circonda e creare la nostra realtà. Ecco perché è così importante prestare attenzione alle parole che usiamo. Il linguaggio sessista ci circonda. Il linguaggio sessista è un linguaggio violento. E il linguaggio violento giustifica azioni violente.


Consiglio dell’autrice di Senza Se Blog: guardate questo estratto da “Palombella Rossa” di Nanni Moretti. Per farsi due risate.