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Femminicidio: un concetto sessista?

Mi è capitato di leggere – e poi rileggere e rileggere ancora – l’articolo di Sara De Carli 58 femminicidi da inizio anno: come educare i figli maschi? pubblicato su Vita.it.
L’articolo si apre così:

«Normalmente si pensa che il tema della violenza sia connesso a quello dell’uomo macho. È vero l’opposto: gli uomini violenti hanno un deficit di virilità e di riferimento paterno», spiega il pedagogista Daniele Novara. «La violenza contro le donne non ha matrici passionali o amorose: è brutalità allo stato puro, incapacità totale di gestire le proprie reazioni emotive. Agli uomini violenti, da bambini, nessuno ha insegnato a litigare»

Il pezzo è in realtà un’intervista al pedagogista Daniele Novara, fondatore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti, che risponde a domande quali “Tante volte in questi giorni abbiamo parlato della necessità di educare diversamente i figli maschi. Da dove partire?“, “Quali sono oggi i problemi che vede nell’educazione dei figli maschi?” e “I figli maschi troppo puniti possono diventare uomini violenti?”.

Ho condiviso l’articolo sul mio profilo personale di Facebook, e ne è scaturita una bella discussione aperta, dove voci critiche hanno espresso civilmente e con ampie argomentazioni i loro punti di vista. Due i temi sui quali c’è stato più confronto: il femminicidio (Dal pdv linguistico che cosa comporta? Ha senso che sia stato istituito il reato di femminicidio?) e il sessismo, supposto essere intrinseco all’articolo.

Femminicidio

Queste le impressioni che ho raccolto, e che pubblico per dare voce a quella pluralità di opinioni che i mass media tendono ad appiattire.

il problema col “femminicidio” non è tanto, dal mio punto di vista la vittimizzazione delle donne, quanto il fatto che l’enfasi è punitiva, coercitiva di reazione violenta; la reazione è affermare la malvagità del maschio, la reazione è coprire di merda metà della popolazione umana, un comportamento non dissimile da quello del maschilista che vuole la donna sottomessa in cucina; la legge sul femminicidio è il delitto d’onore dei nostri tempi, è una legge discriminatoria, sessista, la negazione di quello a cui le “femministe” di quando la parola un minimo di senso poteva averlo hanno dedicato la vita e i pensieri.

Personalmente, credo che ci siano ancora pessimi esseri umani – alcuni si fanno chiamare femministe, altri non si fanno chiamare sessisti ma lo sono – che concepiscono la lotta alle discriminazioni come un sovvertimento dei rapporti di forza tra subordinato e subordinante, tra schiavo e padrone. Non è così che la vedo io. L’eguaglianza, che non è l’uguaglianza!, è lo status al quale ambire, senza creare nuove classi di prevaricatori e sottomessi.
Per questo sogno una società antisessista, e non femminista (concedetemi la provocazione).

Femminicidio dice perchè una donna è stata uccisa? interessante, allora adesso dobbiamo inventare nuovi nomi per i reati in funzione del movente? Fammi capire; una rapina per comprare droga o una per comprare cibo, non è sempre una rapina?
Il delitto d’onore che ho gia citato, come il più lampante controesempio, era esattamente la stessa cosa, un reato con integrato un movente; in quel caso non come aggravante ma come attenuante; curioso che quello che un tempo si chiamava delitto d’onore oggi si chiami femminicidio; pare che i deficienti e repressi continuino a legiferare sempre sulla stessa cosa.

Una lingua è un’entità viva che prende le sue forme, anche, dal contesto sociale che la accoglie. Se il movente viene considerato importante dall’arena sociale non vedo perché prenderlo in considerazione giuridicamente dovrebbe essere un problema. Sarebbe interessante un confronto con un giurista.
Delitto d’onore, femminicidio ed educazione…penso questo: il cambiamento sociale (nei rapporti uomo/donna, etero/omo, inter-religiosi, ecc) si concretizza quando la società realizza degli obiettivi a medio termine, mentre si orienta verso un obiettivo “macro” comune. Cosa voglio dire? Che l’eguaglianza tra generi, così come qualsiasi forma di giustizia sociale, la si realizza solo operando su più fronti, ed essendo consapevoli che ogni strumento è solo un medium tra tanti verso la concretizzazione di un’opera di cambiamento sociale più grande. Gli strumenti sono tanti, e gli attori sociali che li attuano sono diversi: si va dall’educazione antisessista nelle scuole, alle iniziative di sensibilizzazione di origine popolare agli strumenti propri del dirittto. Così io vedo l’istituzione del reato di femminicidio come uno strumento imperfetto, parziale e anche sottilmente discriminatorio. Allo stesso tempo, lo vedo come un segnale utile a mettere sotto il naso di tutti le questioni del possesso e della subordinazione forzata (da cui nasce la violenza). Si potrebbe obiettare, a ragione, che non è la legge a doversi far carico di educare e sensibilizzare il popolo. Senza un giurista, il mio ragionamento si ferma qui….presentatemene uno!

Infine, sono dell’idea che non esista un’emergenza femminicidio, perché i comportamenti sessisti che portano all’uccisione delle donne esistono da sempre e in un numero che è difficile da monitorare per mancanza di raccolta dati. Per dirla con le parole di Anna Pramstrahler, della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna:

Il femminicidio non va letto come un’emergenza nel nostro paese, come spesso viene definito, ma è un fenomeno sociale strutturale, radicato da millenni nella società e nella cultura patriarcale di tutto il mondo, anche se solo ora emerge da un silenzio secolare.

Sessismo

Sempre in riferimento all’articolo di cui sopra, alcuni vi hanno riconosciuto un intrinseco sessismo. In questo caso, le obiezioni non mi fanno vacillare: non vi vedo alcun sessismo. Questa la mia opinione di partenza, espressa attraverso le parole di un’altra persona che ha commentato il mio post su Facebook.

Bisogna educare i maschi? Certo, ma bisogna educare anche le femmine, e non poco, bisogna educare TUTTI meglio.

Non sono d’accordo con quanto segue:

Io trovo questo articolo abbastanza delirante. Non tanto per i concetti esposti, ma proprio perché prende una serie di considerazioni tutto sommato valide e se ne serve per andare a parare proprio nel delirio femminista, quella fiorente landa immaginaria dove dire “avvocato” di una donna avvocato è discriminatorio, bisogna dire “avvocatessa”, mentre il titolo “Come educare i figli MASCHI” è una forma di distinzione ragionevole, perché di certo le figlie femmine non hanno bisogno di educazione al conflitto, né di sviluppare autonomia o responsabilità, non si capisce se perché, in quanto femmine, sono dotate alla nascita di queste capacità (e ho conosciuto femministe che sostenevano qualcosa di simile, quindi lo dico neanche tanto per assurdo), o perché (sempre in quanto femmine?) non ne avranno mai bisogno nella vita.

Mi trovo a pensarla diversamente perché:

  • l’articolo non dice che le femmine non vadano educate al rispetto, dice che i maschi vanno educati in una certa maniera. È una questione di logica in senso stretto.
    Perché discute solo di educazione maschile? Per sessismo? Io non credo. Semplicemente, perché si sta parlando di violenza sulle donne da parte di uomini, dunque per risolvere il fenomeno occorre educare gli aggressori, che in questo caso sono maschi. Se fosse stato trattato il tema del mobbing sul luogo di lavoro, i consigli sarebbero stati indirizzati alle categorie dei “colleghi” e dei “capi”. Se l’articolo fosse stato sulle forme di sessismo che le donne attuano verso gli uomini, si sarebbero date indicazioni e suggerimenti alle donne, per modificare i loro atteggiamenti.
    Allo stesso tempo, trovo che l’articolo non sia sessista ma che non sia nemmeno totalmente antisessista. Impostando l’intervista diversamente si sarebbe potuto utilizzare il tema della violenza sulle donne come punto di partenza per discutere in maniera ampia di educazione al rispetto e alla gestione del conflitto: il risultato sarebbe stato antisessista. Quindi sì, la visione espressa è parziale perché si occupa solo di un tipo di violenza ma non credo sia né intenzionalmente né ambiguamente sessista. Solo, parziale.
  • per quanto concerne la declinazione al femminile delle parole, credo che sia assolutamente necessario imparare a dire “avvocata” e “sindaca” tanto quanto ci siamo abituati a usare “dottoressa” e “maestra”. È un modo per contrastare il linguaggio sessista.
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